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Il movimento Open Access

Lo Stato italiano, nel rispetto della normativa comunitaria e nazionale, promuove lo sviluppo della società dell’informazione e della conoscenza al fine di garantire[…] la diffusione e la fruibilità delle nuove tecnologie della comunicazione elettronica in tutto il territorio nazionale allo scopo di abbattere il divario digitale esistente nelle diverse aree del Paese e favorire la libera diffusione della conoscenza, l’accesso pieno e aperto alle fonti di informazione e agli strumenti di produzione del sapere [D.D.L. 1710/09, art. 1]

Ezio Tarantino

Lavora presso la Sapienza Università di Roma come responsabile delle acquisizioni di risorse elettroniche presso la BIDS – Biblioteca digitale della Sapienza per la quale è anche responsabile del settore Sviluppo e innovazione (cura la gestione e la manutenzione dell’archivio istituzione ad accesso aperto). In precedenza ha lavorato presso la Biblioteca centrale della facoltà di Economia dell’università dell’Aquila, e presso il Dipartimento di architettura e urbanistica della Sapienza. Si è anche occupato di gestione e usabilità di siti web, sia a livello pratico che teorico (in numerosi corsi di aggiornamento professionali tenuti per conto di associazioni come AIB e AIDA o di altre istituzioni universitarie). Ha scritto articoli e partecipato come relatore in diversi convegni internazionali e seminari, affrontando tutte le tematiche connesse con le biblioteche digitali, dal punto di vista della gestione all’open access, all’analisi comparativa di risorse elettroniche. E’ da alcuni attivo all’interno del CIBER come referente tecnico della sua università, e ora come membro del Comitato CIBER del CASPUR in rappresentanza della Sapienza.

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La dichiarazione di Messina

Quando, nell’ormai lontano novembre del 2004, quasi tutte le università italiane aderirono formalmente alla cosiddetta “Dichiarazione di Messina” a favore dell’open access, sembrò che l’intero sistema della ricerca e della conoscenza stesse per entrare in una nuova era. Anche nel nostro Paese.

La Dichiarazione di Messina ricalcava, adattandola al contesto italiano, la Dichiarazione di Berlino (2003) [PDF - nuova finestra], che conteneva i principi fondativi del movimento open access, i cui obiettivi erano, e restano, quelli della massima diffusione dei risultati delle ricerche all’interno delle comunità scientifiche, con l’obiettivo, attraverso la pubblicazione in “archivi” (di fatto dei database di articoli, e altri materiali, ricercabili e consultabili a testo “pieno e aperto”, come auspica il disegno di legge di iniziativa di un gruppo di senatori del PD, purtroppo giacente nei cassetti del Senato ormai da due anni) di una maggiore circolazione della conoscenza, liberata dai vincoli imposti dal sistema di pubblicazione tradizionale (licenze, copyright, e relativi divieti conseguenti).

Ma di cosa si parla quando si parla di open access?

Accesso aperto non significa minore qualità e minori controlli ma, al contrario, un dibattito più ampio e quindi più trasparente e più severo; non significa abbandono delle comuni pratiche di “peer reviewing” e cancellazione delle giuste ambizioni dei ricercatori di pubblicare su riviste ad alto valore d’impatto. Al contrario, la diffusione senza barriere della conoscenza assicura maggiore visibilità e quindi maggiore possibilità di ottenere citazioni e dunque un maggiore interesse da parte della comunità scientifica di riferimento. Open access non significa neppure risparmiare sulle spese per gli abbonamenti ai periodici, se non in minima parte. L’editoria tradizionale commerciale non è il “nemico” dell’open access, ma un suo complemento (certo perdendo – questo sì – il suo ruolo di unico canale di diffusione del pensiero scientifico).

Non c’è un’unica modalità che descriva la pubblicazione “aperta”. Gli unici obblighi sono quelli di soddisfare alcuni requisiti tecnici riguardanti l’indicizzazione dei materiali (che deve seguire determinati standard descrittivi e tecnici specie in ordine alla trasparenza, sostenibilità e interoperabilità dei dati per consentire una loro immediata diffusione senza vincoli stabiliti dalle barriere legate ai software o alla volatilità delle semplici pagine Web). Per il resto si può trattare di un archivio di “pre-print”, o di “post-print” (articoli cioè, che avranno, o hanno avuto, una loro vita all’interno di pubblicazioni “tradizionali”: gli editori lo consentono nella maggior parte dei casi e a nulla valgono gli ingiustificati timori di ritorsioni spesso accampate dai ricercatori che non conoscono i loro diritti – qui si trovano tutte le “dritte” per liberarsi dai pregiudizi e dalle paure); si può trattare di una rivista accademica, o di un gruppo di ricerca, interamente ad accesso libero (queste in continua crescita – si veda il registro delle riviste OA); o di singoli articoli pagati dall’autore e messi a disposizione in modo gratuito all’interno di riviste commerciali (è una pratica utilizzata, fra gli altri, dall’editore Springer); o infine di materiali non destinati alla pubblicazione ma utili a descrivere, ad esempio, lo stato di avanzamento di una ricerca, o di materiali didattici.

Torniamo in Italia

Bene, a sette anni da quelle facili e non impegnative dichiarazioni d’intenti, purtroppo in realtà poco o nulla è cambiato nelle nostre università. La spinta ideale che aveva portato ad un risultato tutto sommato straordinario, resta confinata all’interno di un circolo di “iniziati” (per lo più bibliotecari e pochi docenti) che evidentemente non sono riusciti a bucare il muro di indifferenza, sospetto, paura, incomprensione, accidia (e forse anche di presunzione) dei diretti interessati: i docenti e i ricercatori.

Le politiche accademiche a favore della pubblicazione in “open access” nelle università italiane si contano sulle dita di una sola mano. In pratica solamente l’Università di Firenze e la LUISS hanno emanato precise direttive per quello che riguarda la pubblicazione dei risultati delle ricerche all’interno dei rispettivi archivi istituzionali. Tutte le altre, al massimo, hanno dato direttive limitatamente al deposito delle tesi di dottorato (spinte a farlo dalle recenti prese di posizione, prima della CRUI e poi delle Biblioteche nazionali di Firenze e Roma, a proposito dell’impossibilità di continuare a conservare le tesi, come vuole la legge, nei tradizionali supporti: carta e CD).

ROARMAP: Registry of Open Access Repository Material Archiving Policies

Qualcosa si muove

Qualcosa negli ultimi anni si sta muovendo grazie alle nuove normative legate alla valutazione dei sistemi universitari e in particolare alla produzione scientifica, che hanno dato un nuovo impulso al potenziamento delle anagrafi della ricerca che in qualche caso sono state collegate all’archivio Open access (citiamo, fra gli altri, i casi di Milano-Bicocca, o dell’Università di Verona, o di Sassari, di Trento e della Federico II di Napoli), grazie anche all’evoluzione dei supporti informatici utilizzati (che in questo momento sono prevalentemente SurPlus del Cilea e U-Gov del Cineca).

Ma in assenza di una presa di posizione forte da parte degli organi accademici, queste rimarranno pratiche legate più alla buona volontà o a interessi sporadici, piuttosto che ad un impulso coraggioso di far rivalere i diritti delle università che investono soldi pubblici senza poter rimanere legittimi possessori dei risultati delle ricerche, trovandosi poi costrette a riacquistare (attraverso gli abbonamenti alle riviste), e solo in modo parziale, i propri diritti. Esperienze significative negli Stati Uniti (Harvard e MIT per esempio) testimoniano che la convivenza fra mondo commerciale e mondo “open” non solo è possibile, ma doverosa. L’obbligo di depositare in archivi istituzionali aperti per i ricercatori che dispongano di fondi pubblici sta diventando una prassi nelle maggiori università, che non temono di perdere posizioni nelle classifiche internazionali a causa di una temuta minor presenza all’interno di riviste ad alto “impact factor”; ma anzi, sono la prova che il prestigio di una università si misura anche nella capacità di negoziare i propri diritti da posizioni di forza.